Il Web è accessibile a tutti: e in Italia?

Accesso al Web
Immagine tratta dal blog di Eleonora Guglielmini

Sono passati più di vent’anni dall’invenzione del World Wide Web, eppure il tema dell’Accessibilità è ancora lontano dal trovare una soluzione definitiva, complice anche la continua evoluzione delle tecnologie a disposizione. Il “padre del WWW”, Tim Berners-Lee, ha da sempre lottato per mettere in risalto questo fattore, tutt’altro che banale, ma l’esito non è stato sempre quello sperato, soprattutto in Italia.

Il termine “accessibilità”, nell’era del digitale, è bivalente: indica sia l’accessibilità a Internet come tecnologia, sia la possibilità di fruire dei contenuti pubblicati in rete e da qualsiasi dispositivo.

Italia e digitalizzazione: una causa persa?

Da uno studio eseguito nel 2012 dall’Istat, emerge che a disporre dell’accesso a Internet è il 54,5% delle famiglie italiane (“Cittadini e nuove tecnologie“). È un dato molto importante e che deve essere tenuto in considerazione in varie situazioni.

Libertà di espressione e di pensiero su Internet
Immagine tratta da NewBeast.gr

Ultimamente si parla spesso del valore della cosiddetta “web democracy“: anche ammettendo che possa funzionare in totale libertà e trasparenza, c’è sempre una gran parte della popolazione italiana che non ha accesso a Internet e che, quindi, verrebbe tagliata fuori dalla partecipazione alla vita pubblica. Un altro caso in cui non si è tenuto conto di coloro che non hanno accesso al Web riguarda il Cud, fornito dall’INPS, esclusivamente in versione digitale, a lavoratori dipendenti e pensionati, penalizzando quanti non hanno la capacità o la possibilità di reperire tale modulo autonomamente.

Emerge da un rapporto del Global Information Report del World Economic Forum, pubblicato recentemente, che l’Italia è al 55° posto tra i 144 Paesi valutati su come siano riusciti a sfruttare le opportunità concesse dalle nuove tecnologie. Prima di migrare i servizi sociali online, come quelli delle Pubbliche Amministrazioni, l’Italia dovrebbe sviluppare l’economia digitale e, soprattutto, istruire la popolazione a utilizzare questo tipo di tecnologia. Infatti, il rapporto dell’Istat già citato, mette in evidenza che “la maggior parte delle famiglie che non dispone di un accesso a Internet da casa indica, come principale motivo del non utilizzo della rete, l’incapacità di gestire tale tecnologia“. C’è ancora molto lavoro da fare per raggiungere gli ottimali risultati di Paesi come la Finlandia o la Svezia: non si può costruire un edificio iniziando dal tetto!

WWW: We Want Watch (Web Contents)

Sul Web si parla di accessibilità se i contenuti pubblicati possono essere fruiti da tutte le tipologie di utenti e da ogni dispositivo connesso a Internet. Questa definizione può sembrare ovvia o superflua, ma non lo è: non è sempre chiaro il significato di “accessibilità” e di come raggiungerla in termini pratici. In effetti, esistono delle linee guida per l’accessibilità dei contenuti sul web (WCAG), pubblicate dal W3C (World Wide Web Consortium), ma è compito di ogni Stato farle rispettare con apposite leggi. L’Italia, come sempre, è arrivata in ritardo.

Un primo passo verso l’accessibilità del web è stato compiuto con la Legge del 9 gennaio 2004, dal titolo “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”. La cosiddetta “Legge Stanca” si applica solamente per i siti pubblici, ad esempio i portali delle Pubbliche Amministrazioni, o di interesse pubblico. Contiene anche una definizione di “accessibilità”, ma non esaustiva.

Accessibilità: la capacità dei sistemi informatici, nelle forme e nei limiti consentiti dalle conoscenze tecnologiche, di erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari.

The Boston Globe on iPhone, iPad, iMac
Immagine tratta da SkillMag

Una tecnologia assistiva, ad esempio, potrebbe essere un browser testuale come Lynx, che all’occorrenza legge letteralmente le pagine web, utilizzato dagli utenti non-vedenti o con disturbi alla vista. Gli sviluppatori, di solito, non considerano queste tipologie di utenti, anche se hanno il diritto di fruire dei contenuti pubblicati online, proprio come tutti gli altri utenti. Si tratta di uno dei pilastri dell’accessibilità come intesa da Sir Berners-Lee: il Web deve essere libero, per tutti, senza censure o discriminazioni.

Nell’era del digitale, però, lo sviluppo di nuove tecnologie è un’attività quotidiana, che rende obsolete quelle precedenti a ritmi velocissimi. Considerando gli ultimi sviluppi dell’industria digitale, il W3C ha pubblicato l’11 dicembre 2008 le WCAG 2.0, una nuova versione delle linee guida per l’accessibilità dei contenuti web, tutt’ora in costante aggiornamento. La Legge Stanca, invece, fa riferimento alle specifiche del 1999, quanto mai obsolete.

Grazie all’intervento dell’IWA (International Webmasters Association Italia), il 20 marzo 2013 il Ministro Profumo “ha firmato il decreto di aggiornamento dei requisiti di accessibilità per i siti web delle P.A.”, come scrive sul blog dell’IWA il Presidente dell’associazione: Roberto Scano. Il “decreto crescita 2.0“, finalmente, obbligherà le Pubbliche Amministrazioni e “tutti i soggetti che beneficiano di contributi pubblici per sviluppare servizi nel Web” ad adottare i criteri di accessibilità specificati nelle WCAG 2.0. Questo decreto, però, non deve essere considerato un punto di arrivo, ma solo una piccola conquista, un passo in avanti nell’impresa di condurre l’Italia agli alti livelli raggiunti dagli altri Paesi occidentali nel settore della Tecnologia dell’Informazione.

Scritto per: La Libertà nel Digitale

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